I dolori del giovane europeo
Giovane e disoccupato: è questo l’identikit dell’“uomo dimenticato” che si aggira per l’Europa nel pieno della crisi dei debiti sovrani. La storica statunitense Amity Shlaes, in una conversazione con il Foglio, parte da qui per descrivere un continente che le sembra oscillare tra due vie d’uscita dalla recessione, opposte ma entrambe illusorie: un’austerity priva di un filo di “speranza” e una riedizione del “New Deal” rooseveltiano fatto di spesa pubblica e briglie al mercato.

Giovane e disoccupato: è questo l’identikit dell’“uomo dimenticato” che si aggira per l’Europa nel pieno della crisi dei debiti sovrani. La storica statunitense Amity Shlaes, in una conversazione con il Foglio, parte da qui per descrivere un continente che le sembra oscillare tra due vie d’uscita dalla recessione, opposte ma entrambe illusorie: un’austerity priva di un filo di “speranza” e una riedizione del “New Deal” rooseveltiano fatto di spesa pubblica e briglie al mercato. Quello dell’“uomo dimenticato” è anche il punto di vista che Shlaes ha scelto per raccontare la Grande depressione americana nel suo ultimo libro, “The Forgotten man”, tradotto e pubblicato alla fine dell’anno scorso in Italia da Feltrinelli. Da studiosa del Council on Foreign Relations, di recente passata a dirigere la sezione economica del più conservatore George W. Bush Institute, Shlaes è diventata celebre per aver raccontato la crisi iniziata nel ’29 attraverso gli occhi di personaggi apparentemente secondari ma in realtà protagonisti della “lotta per il potere” tra settore pubblico e privato dell’economia che caratterizzò gli anni Trenta. Personaggi come Samuel Insull, innovatore e magnate delle utilities private che fu accusato dall’entourage del presidente democratico Franklin Delano Roosevelt di aver causato il crollo della Borsa e per questo osteggiato, o i fratelli Schechter, macellai ebrei vittime delle regolamentazioni asfissianti del New Deal e affossatori – attraverso la Corte suprema – di uno dei più noti programmi-acronimi inventati sempre da Roosevelt. Uomini dimenticati, appunto, per utilizzare la “formula algebrica” coniata nel 1883 dal filosofo William Graham Sumner: “Appena A nota qualcosa che gli sembra sbagliato, qualcosa per cui X soffre, ne parla con B, poi A e B insieme propongono un disegno di legge per sanare il male e venire incontro a X. La loro legge si prefigge di decidere che cosa farà C per X, o al massimo cosa faranno A, B e C… Io intendo studiare C. Vorrei dimostrare che razza di uomo è. Lo chiamo l’Uomo dimenticato. Forse non è una definizione correttissima, ma è l’uomo a cui non si pensa mai… Lavora, vota, di solito prega, ma sempre paga”. Su chi sia “l’uomo dimenticato” della crisi europea Shlaes non ha dubbi: “Prendiamo i dati del mercato del lavoro in Europa. Il tasso di disoccupazione dei giovani è imponente in confronto a quello delle altre fasce d’età”. Nell’Eurozona infatti ci sono quasi 3 milioni e mezzo di disoccupati tra gli under 25, ovvero il 21,6 per cento dei giovani attivi. In Italia, secondo l’Istat, nel 2011 gli occupati di età compresa tra i 15 e i 34 anni sono diminuiti di oltre un milione di unità rispetto al 2008, passando da 7,1 milioni a 6 milioni. “E non esiste dimenticanza più grave che la società possa mostrare nei confronti dei singoli individui che quella di privarli dell’opportunità di lavorare”, chiosa Shlaes.
La storica dell’economia non vuole entrare nelle polemiche politiche dei singoli paesi, ma osserva che i dibattiti nazionali sulla liberalizzazione all’accesso del mercato del lavoro, in Europa, hanno almeno un elemento in comune: “Gli insider tendono ad appartenere a gruppi di interesse fortemente legati al legislatore”. Come ricalibrare dunque la discussione a favore dei cosiddetti outsider? “Innanzitutto riconoscendo che quando un politico ‘pro lavoratori’ agisce in favore del suo elettorato, che tende a essere costituito da persone sindacalizzate e mediamente anziane, non lo sta facendo per ragioni economiche ma per motivi puramente politici”. La critica della Shlaes colpisce al cuore tutto “il pensiero economico post Seconda guerra mondiale”, quello per cui “aiutare gli attuali lavoratori a mantenere inalterato il loro salario, alimentando la domanda aggregata, sostiene l’economia nazionale”: “Non è accettabile spacciare questa per una motivazione economicamente valida”. Piuttosto si tratta di una difesa degli “interessi costituiti”.
Se lo status quo in Europa è questo, non è detto che non c’entri in parte lo zampino degli Stati Uniti: “La cultura del lavoro nel vostro continente è figlia della necessità assoluta di stabilità politica. Dopo la Seconda guerra mondiale, anche se oggi tendiamo a dimenticarlo, non era veramente chiaro che direzione avrebbe preso l’Europa. La possibilità di una deriva verso l’Unione sovietica era forte. Per mantenere questi paesi stabilmente nel campo delle democrazie capitalistiche, tutti – con il sostegno di Washington – aderirono all’ideale della democrazia sociale, un modello positivo ma che nel lungo periodo è tutt’altro che competitivo in termini di crescita economica. Sessant’anni fa la competizione mondiale era ridotta, vista la distanza economica che separava Stati Uniti ed Europa da una parte e resto del mondo dall’altra. Oggi abbiamo un mercato del lavoro internazionale, e già questo basterebbe a rendere insostenibile la democrazia sociale come la conosciamo”. Un ragionamento che ricorda i recenti avvertimenti del presidente della Banca centrale europea, Mario Draghi, secondo il quale il modello sociale europeo è finito: “Per noi americani – prosegue Shlaes –, che mai abbiamo avuto bisogno di questo modello per garantire la stabilità politica, è difficile metterci nei vostri panni. Eppure i timori sono comprensibili: gli europei, se guardano a quel che ha immediatamente preceduto la democrazia sociale, vedono soltanto guerra e dittature”.
A lezione da Coolidge, non da Roosevelt
Shlaes poi mette in guardia dai facili paragoni con la Grande depressione del 1929, anche perché allora – sostiene nel suo ultimo saggio che la rivista conservatrice Commentary ha definito “uno dei classici della storiografia della nostra era” – interventismo pubblico e sfiducia nel mercato prolungarono la recessione: “L’Amministrazione statunitense aiutò le constituency che l’avevano sostenuta elettoralmente e non l’economia nel suo insieme”. Se proprio siamo alla ricerca di “lezioni”, meglio guardare a un’altra crisi economica statunitense, quella del 1920-21: “Un presidente poco conosciuto, Calvin Coolidge, successore di Warren Harding e di Woodrow Wilson, affrontò una situazione simile a quella odierna con abilità impressionante e in maniera radicalmente differente da quanto fece Roosevelt dopo il ’29 o alcuni governi occidentali nella crisi attuale”. Ecco come la Shlaes sintetizza quel periodo nella biografia di Coolidge che sta ultimando in questi giorni: dopo la Prima guerra mondiale anche gli Stati Uniti si appoggiarono all’inflazione e in seconda battuta all’indebitamento pubblico per riprendersi dallo sforzo bellico, contando sul fatto che l’opinione pubblica da almeno 70 anni – ovvero dai tempi della Guerra civile – non aveva a che fare con un aumento generalizzato dei prezzi. Risultato: le persone a basso reddito presto non poterono permettersi nemmeno certi generi alimentari a causa dell’impennata dei prezzi, mentre il tasso di disoccupazione rimase elevato, in alcune città anche al 20 per cento. Non mancarono scioperi generali e tensioni sociali. “Coolidge allora spinse affinché la Banca centrale alzasse il tasso di interesse sul dollaro di 300 punti base e contemporaneamente dimezzò il bilancio federale che passò da 7 miliardi di dollari a 3 o 4 miliardi. Funzionò molto bene: nel giro di un anno o due, il debito fu dimezzato, gli interessi sul debito calarono e il governo tornò a rifinanziarsi con facilità, la disoccupazione scese al 5 per cento. La crisi del ’20-’21 fu superata in maniera talmente veloce da essere dimenticata. E’ a quegli anni che gli europei dovrebbero guardare”.
A lezione da Coolidge, non da Roosevelt
Shlaes poi mette in guardia dai facili paragoni con la Grande depressione del 1929, anche perché allora – sostiene nel suo ultimo saggio che la rivista conservatrice Commentary ha definito “uno dei classici della storiografia della nostra era” – interventismo pubblico e sfiducia nel mercato prolungarono la recessione: “L’Amministrazione statunitense aiutò le constituency che l’avevano sostenuta elettoralmente e non l’economia nel suo insieme”. Se proprio siamo alla ricerca di “lezioni”, meglio guardare a un’altra crisi economica statunitense, quella del 1920-21: “Un presidente poco conosciuto, Calvin Coolidge, successore di Warren Harding e di Woodrow Wilson, affrontò una situazione simile a quella odierna con abilità impressionante e in maniera radicalmente differente da quanto fece Roosevelt dopo il ’29 o alcuni governi occidentali nella crisi attuale”. Ecco come la Shlaes sintetizza quel periodo nella biografia di Coolidge che sta ultimando in questi giorni: dopo la Prima guerra mondiale anche gli Stati Uniti si appoggiarono all’inflazione e in seconda battuta all’indebitamento pubblico per riprendersi dallo sforzo bellico, contando sul fatto che l’opinione pubblica da almeno 70 anni – ovvero dai tempi della Guerra civile – non aveva a che fare con un aumento generalizzato dei prezzi. Risultato: le persone a basso reddito presto non poterono permettersi nemmeno certi generi alimentari a causa dell’impennata dei prezzi, mentre il tasso di disoccupazione rimase elevato, in alcune città anche al 20 per cento. Non mancarono scioperi generali e tensioni sociali. “Coolidge allora spinse affinché la Banca centrale alzasse il tasso di interesse sul dollaro di 300 punti base e contemporaneamente dimezzò il bilancio federale che passò da 7 miliardi di dollari a 3 o 4 miliardi. Funzionò molto bene: nel giro di un anno o due, il debito fu dimezzato, gli interessi sul debito calarono e il governo tornò a rifinanziarsi con facilità, la disoccupazione scese al 5 per cento. La crisi del ’20-’21 fu superata in maniera talmente veloce da essere dimenticata. E’ a quegli anni che gli europei dovrebbero guardare”.
Columnist di Bloomberg, la Shlaes anche nei suoi editoriali non nasconde una certa avversione verso ogni espansione del ruolo dello stato nell’economia. Eppure in Europa governi eletti e governi tecnici, da qualche tempo, non fanno che predicare e attuare misure di austerity fiscale, tutto l’opposto dell’interventismo pubblico alla Roosevelt. I risultati positivi, però, sono difficili da intravvedere: “Non sono contraria al contenimento della spesa pubblica – replica la storica dell’economia – Il problema è che le strette fiscali, da sole, sono indigeste per l’elettorato, e noi viviamo in democrazia. Il contenimento della spesa, quindi, deve procedere di pari passo con l’infusione di speranza tra i cittadini. Come? Promettendo un ruolo meno invasivo del governo e meno tasse”. Su questo la liberale Shlaes diventa critica anche del Fondo monetario internazionale che, seguendo “il pensiero macroeconomico oggi in voga, considera l’abbassamento delle tasse come l’opposto del ‘fiscal tightening’, del contenimento della spesa”. Negli Stati Uniti la situazione è meno grave che in Europa per il fatto che Washington gode del “lusso” di utilizzare il dollaro, moneta di riserva internazionale: “Ma a Washington negano la realtà se pensano che sarà sempre così”. Per gli altri paesi l’uscita dalla crisi sarà più faticosa: “Per ridare speranza ai suoi uomini dimenticati, ai giovani, l’Europa deve far arretrare il più possibile il ruolo dello stato, abbassare le tasse – in America per esempio azzerando le imposte sui capital gain, da voi facendo sì che sia facile e conveniente investire, dimezzando le tasse sul reddito –, e poi rendere più flessibili le regole su assunzioni e licenziamenti. Solo facendo tutte queste cose contemporaneamente gli aggiustamenti necessari saranno mitigati dalla creazione di nuove possibilità di occupazione”. L’uomo dimenticato europeo sarebbe ricompensato, insomma, “avendo opportunità di lavoro”.
L’intuizione dell’italiano Amilcare Puviani
La Shlaes ovviamente sa che non basta questo per mettere la parola “fine” a un dibattito tra economisti e scuole di pensiero filosofiche che va avanti a ritmi serrati, anche sui giornali non specializzati, da almeno quattro anni a questa parte. Però fa appello “al buon senso che ognuno di noi ha, ed è per questo – dice a sorpresa – che devo molto alle analisi di un pensatore italiano, Amilcare Puviani”. Il nome è di quelli quasi ignoti al di fuori della cerchia degli specialisti, paradossalmente più celebrato negli Stati Uniti che da noi per il suo libro del 1903 sulla “illusione finanziaria”. L’illusione descritta da Puviani, tra i fondatori della “scienza delle finanze”, è quella praticata dai governi per poter alimentare la spesa pubblica e gli interessi a essa connessi, celando allo stesso tempo ai cittadini i costi di tale scelta, per esempio preferendo l’indebitamento alle tasse o rendendo opachi i sistemi di pagamento delle imposte. “Puviani ha profondamente influenzato James Buchanan e tutta la scuola della ‘Public choice’ alla quale sono debitrice – conclude Shlaes – La teoria di fondo di questa scuola è tanto ovvia quanto sottovalutata nel dibattito economico post Seconda guerra mondiale: i governi competono con gli attori privati per accaparrarsi quote di potere, e non è scritto da nessuna parte che stati e organizzazioni internazionali siano animati da ideali più nobili o si muovano con efficacia superiore rispetto a quanto facciano individui e imprenditori privati”. L’“uomo dimenticato”, quello che “lavora, vota, di solito prega, ma sempre paga”, è avvertito.
L’intuizione dell’italiano Amilcare Puviani
La Shlaes ovviamente sa che non basta questo per mettere la parola “fine” a un dibattito tra economisti e scuole di pensiero filosofiche che va avanti a ritmi serrati, anche sui giornali non specializzati, da almeno quattro anni a questa parte. Però fa appello “al buon senso che ognuno di noi ha, ed è per questo – dice a sorpresa – che devo molto alle analisi di un pensatore italiano, Amilcare Puviani”. Il nome è di quelli quasi ignoti al di fuori della cerchia degli specialisti, paradossalmente più celebrato negli Stati Uniti che da noi per il suo libro del 1903 sulla “illusione finanziaria”. L’illusione descritta da Puviani, tra i fondatori della “scienza delle finanze”, è quella praticata dai governi per poter alimentare la spesa pubblica e gli interessi a essa connessi, celando allo stesso tempo ai cittadini i costi di tale scelta, per esempio preferendo l’indebitamento alle tasse o rendendo opachi i sistemi di pagamento delle imposte. “Puviani ha profondamente influenzato James Buchanan e tutta la scuola della ‘Public choice’ alla quale sono debitrice – conclude Shlaes – La teoria di fondo di questa scuola è tanto ovvia quanto sottovalutata nel dibattito economico post Seconda guerra mondiale: i governi competono con gli attori privati per accaparrarsi quote di potere, e non è scritto da nessuna parte che stati e organizzazioni internazionali siano animati da ideali più nobili o si muovano con efficacia superiore rispetto a quanto facciano individui e imprenditori privati”. L’“uomo dimenticato”, quello che “lavora, vota, di solito prega, ma sempre paga”, è avvertito.